Chiesa della Madonna di Casaluce

Gemma Sergi Michela Grassi Articolo a cura di Gemma Sergi e Michela Grassi. La chiesa della Madonna di Casaluce ebbe il suo nucleo originario nell’antica cappella del castello angioino, fatta costruire da Carlo II D’Angiò durante i primissimi anni del XIV secolo, probabilmente tra il 1300 e il 1305. La chiesa divenne abbaziale quando il sovrano angioino, analogamente a quanto già fatto a Napoli, nel 1309 fondò anche ad Aversa l’abbazia di S. Pietro a Majella, tanto era legato al ricordo del santo eremita abruzzese che era divenuto papa con il nome di Celestino V, citato anche da Dante nell’ Inferno: “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, perché abbandonò il pontificato.

Proprio per questo affetto che lo legava al pontefice, Carlo II affidò la cura dell’istituzione ai Celestini, che furono ospitati in un’ala del castello che, dopo la  morte di Andrea d’Ungheria, fu donato all’Ordine che poi lo trasformò in un convento. Ovviamente la ristrutturazione del complesso, indispensabile per adeguarlo alle necessità della vita monastica, investì anche la cappella che fu, così, ampliata e modificata.

Nel 1807, con la soppressione degli ordini religiosi, i Celestini furono costretti ad andarsene e solo la chiesa conservò la sua destinazione cultuale.

La denominazione “Chiesa della Madonna di Casaluce” si deve ad un’antichissima icona, una tavoletta raffigurante, in stile bizantino, una Madonna con in braccio il Bambino, dipinta secondo la tradizione da San Luca Evangelista. Secondo una leggenda, il quadretto, che si trovava abbandonato in un’abitazione contadina sperduta nei campi, ad un tratto divenne talmente luminoso da irradiare di splendore tutto l’ambiente circostante. L’effige miracolosa fu detta quindi Madonna della Casa della Luce, ma questa leggenda in realtà tenta solo di spiegare con molta fantasia l’etimologia del toponimo. A giustificare la presenza dell’icona in questa zona ci sono alcune tradizioni, una delle quali narra di alcuni profughi che, dopo aver inutilmente chiesto asilo ai Celestini di Aversa, sarebbero giunti a Casaluce dove riuscirono a trovare accoglienza. Avevano con loro l’icona e in quel luogo le trovarono una dignitosa sistemazione.

Un’altra tradizione, invece, si avvicina di più a quella che potrebbe essere la vera spiegazione:

Carlo d’Angiò, la cui politica espansionistica mirava a  conquistare anche l’Oriente, riuscì nel 1276 ad ottenere il Regno di Gerusalemme, tessera importante per il suo disegno di conquista, tanto che nel 1277 inviò con una flotta in Oriente come suo vicarioe Ruggero Sanseverino. Il Sanseverino, però, nel 1282 fu fatto rientrare a causa delle rivolte scoppiate in Sicilia. Pare che sia legato a questo ritorno il trasporto dell’icona con due idrie, oggi conservate nella cappella del Castello di Casaluce, ritenute appartenenti al gruppo di quelle che servirono a Cristo per il miracolo delle nozze di Cana, secondo l’epigrafe incisa sul retro della custodia in argento della tavoletta.

Ma perché Ruggero le aveva con sé? In Terrasanta c’erano tre famosi ordini religioso-cavallereschi (quello di Malta, quello Teutonico e del Santo Sepolcro) i quali riscattavano, raccoglievano e custodivano tutto ciò che veniva loro segnalato come attinente alla fede cristiana, la cui difesa contro i Musulmani era uno degli scopi principali della loro istituzione. Quindi con ogni probabilità i tre cimeli costituivano un dono inviato da uno di quegli Ordini religiosi a Carlo, che aveva fama di re cristianissimo. Il quadro fu dapprima sistemato con le due idrie nella cappella del Palazzo Reale di Napoli, quindi nel 1285 fu affidato alle cure di Ludovico, figlio di Carlo, il quale a sua volta l’affidò a Raimondo del Balzo incaricandolo di trovargli una degna sistemazione che ne consentisse l’esposizione al culto dei fedeli. Raimondo trasferì, quindi, il quadro e le idrie nel convento dei Celestini nell’attuale Casaluce e l’affidò a loro.

Ma la zona era malsana, dal momento che durante i mesi estivi l’azione pestifera delle acque putride e stagnanti che riempivano il fossato di sicurezza intorno al castello rendeva l’aria irrespirabile. Perciò i monaci furono costretti ad un esodo limitato ai mesi estivi ad Aversa e durante questi trasferimenti erano soliti portare con loro il quadro.

Quando si ebbe la soppressione degli ordini monastici nel 1807, le chiese che facevano parte dell’abbazia (quella di Aversa e di Casaluce) furono consegnate ai parroci rispettivamente di S. Maria della Neve (quella di Casaluce) e dei SS. Filippo e Giacomo (quella di Aversa) che stabilirono, per soddisfare le esigenze di  culto dei fedeli, che l’icona continuasse ad essere esposta periodicamente in ciascuna delle due parrocchie interessate.

La chiesa inizialmente era stata realizzata in stile gotico, del quale oggi è andata persa ogni traccia, ad eccezione del profilo di alcuni finestroni rinvenuti sul lato esterno della parete settentrionale durante il restauro dell’Architetto Arturo Pozzi. Ma la struttura dovette subire diversi interventi attraverso i secoli e l’evento che probabilmente contribuì a cancellare definitivamente la fisionomia gotica dell’edificio fu il terremoto del 1694, come testimonia una lapide. Durante la seconda guerra mondiale, inoltre, il 20 Agosto 1943 un orrendo scoppio di materiale bellico fece crollare il tetto e il soffitto della chiesa, fortunatamente senza far vittime. Questo soffitto ospitava un notevole dipinto del 700 raffigurante S. Pietro Celestino, S. Benedetto e S. Scolastica.

Monsignor Altomare iniziò i lavori di ricostruzione, ma il 17 Luglio del 47 il soffitto crollò nuovamente.

Come si può notare oggi, la chiesa non si presenta più nell’originario stile Gotico, ma Barocco. La facciata è suddivisa in due ordini. Su quello superiore sono presenti due finestroni tondi, stucchi a forma di conchiglie o raffiguranti stemmi (in alto quello pontificio di Celestino V e, più in basso, quello del suo Ordine), mentre su quello inferiore ci sono due nicchie con due statue, pure in stucco, raffiguranti S. Benedetto e S. Pietro da Morrone (Celestino V). Infine, un bassorilievo con la Madonna e il Bambino sovrasta il portale d’ingresso in piperno.

Il campanile si presentava a tre piani e terminava con una piccola cupola dalle forme architettoniche richiamanti quelle d’ispirazione araba, alla cui sommità v’era una lampada che rimaneva accesa per tutti e quattro i mesi duranti i quali la sacra icona sostava ad Aversa. Il terribile terremoto del 23 Ottobre 1980 danneggiò gravemente questa struttura, privandola per sempre della parte più interessante.


L’interno della chiesa si presenta a navata unica. Sulle pareti laterali si aprono due ampi nicchioni che ospitano quadri e altari databili, questi ultimi, tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo. Nei riquadri vuoti su entrambi i lati c’erano degli affreschi, pare, di un certo Leccia. Il terremoto dell’80 arrecò seri danni strutturali anche all’interno, tanto che il soffitto, che allora ospitava un ovale centrale con la Madonna di Casaluce con i Santi Filippo e Giacomo, fu sostituito da una copertura a capriata.

·       Sul primo altare a destra è situata una tela che, secondo il Parente, è databile al 700 e rappresenterebbe San Benedetto con i suoi discepoli S. Mauro e S. Placido, anche se c’è chi vi riconosce San  Benedetto con Totila. Per quanto riguarda l’autore dell’opera, si pensa che il quadro si possa attribuire a Carlo Mercurio.

·       L’opera posta sul lato opposto raffigura San Pietro Celestino, al quale in origine la chiesa era dedicata e che prima si trovava sull’Altare Maggiore. Essa fu realizzata da un ignoto seguace di Francesco Imparato, attivo tra il 1530 e il 1565, definita “pregevole” dal Parente e che è caratterizzata dalla presenza di un’epigrafe in caratteri gotici che ci indica l’identità del soggetto raffigurato.

·       Più avanti, l’opera situata sulla destra rappresenta una “Presentazione al tempio di Gesù”, attribuita anche questa a Carlo Mercurio e tendente al giordanesco, caratterizzata da un repertorio di colori che tende quasi all’atonìa. La scena è tramata da protagonisti che compiono azioni diverse da quelle ricordate dall’evangelista Luca: S. Simeone, che dovrebbe avere in braccio il Bambino, sembra reso nel gesto di voler invitare Gesù ad alzarsi, un Gesù che è già ragazzo (e, per questa ragione, alcuni sostengono che in realtà si tratti della presentazione al tempio di Maria); Giuseppe e Maria, poco espressivi, sono inginocchiati qualche gradino dietro.

·       Sull’altare di fronte, infine, c’è un’opera ritenuta copia di un analogo dipinto di Fabrizio Santafede attivo tra il 1560 e il 1634. Impropriamente è intitolata “Trasfigurazione”, in quanto la presenza di tutti gli Apostoli fa pensare ad una “Ascensione”. Il Parente lo definisce privo di originalità dove l’unico particolare che presenta un certo stacco è la figura del Cristo.

Le pareti sono caratterizzate anche dalla presenza di 4 ovali, due dei quali, i più vicini all’altare, raffigurano San Pietro Celestino a destra e San Benedetto a sinistra; mentre quelli situati verso l’ingresso della chiesa sono presumibilmente raffigurazioni di Maria Maddalena e di Santa Maria Egiziaca in atteggiamento penitente, come indica la presenza del teschio, simbolo della penitenza e della fugacità delle cose vane di questo mondo. La presenza di queste due donne, entrambe ritenute donne di facili costumi dalla Chiesa, potrebbe essere ricondotta alla fama di quartiere “a luci rosse” di cui, pare, godesse l’area che circondava il castello tra XIII e XIV secolo.

Sulla controfacciata, su un soppalco ligneo delimitato da una ricca balaustra in legno intagliato e dorato, si nota la presenza di un pregevolissimo organo risalente alla metà del 1700, ancora funzionante, gemello di quello presente nella chiesa di Santa Maria ad Nives, ovvero la parrocchia del Castello di Casaluce. L’organo è firmato da un membro della famiglia De Martino, che erano organari napoletani del 700.

A metà navata, incassati in nicchie rettangolari, si fronteggiano due confessionali del secolo XVIII.

La zona absidale, coperta da una volta a calotta che poggia su quattro pennacchi, è separata dalla navata da un grande arco e da una balaustra in marmi policromi situata in origine più in alto. La cosa è evidente se si osservano i lati, che risultano staccati dalle pareti. Sull’altare maggiore, che contiene le reliquie dei santi necessarie per la consacrazione dell’edificio sacro, l’edicola marmorea realizzata per accogliere l’icona sacra è recente (risale al 1925, come spiegato dalla lapide situata all’ingresso).

Gli intarsi d’ottone visibili sull’altare sostituiscono le Carte di Gloria con le preghiere, inizialmente scritte su pergamene e contenute in cornici di legno, che dovevano essere lette dall’officiante.

I candelabri recano lo stemma dei Celestini. Questi sono d’ottone ma in passato, quando giungeva l’icona della Madonna di Casaluce, venivano sostituiti con altri in argento ed erano preziosi al punto che in fondo alla navata venivano collocati due letti nascosti da tendoni, sui quali riposavano le guardie che dovevano sorvegliarli.

A terra, invece, la presenza di due placchette indica il punto in cui erano situati due angeli realizzati nella fonderia di S. Lorenzo e donati a questa chiesa.

Il battistero è del 1667 e s trovava in origine nella “Parrocchiella”.

Infine, il pavimento originale non era quello attuale, in marmo e risalente al 900, ma un altro a riggiole come quello che introduce alla sagrestia.

 

Bibliografia:

1.       Lello Moscia: “Aversa tra vie, piazze e chiese”.

2.       “Itinerari Aversani”.

3.       Mons. Roberto Vitale: “Quasi un secolo di storia aversana”.

4.     Nicola Rosselli: “Aversa dalle origini ad oggi”.

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