Museo Diocesano di Aversa

Veronica Pennini

Il Museo Diocesano di Aversa, collocato nel Duomo della Città, ospita il patrimonio storico, artistico e liturgico della Cattedrale.
Il progetto museale ebbe origine nell’anno 1990 quando, in occasione dell’illustre visita dell’allora Pontefice Giovanni Paolo II, venne allestita lungo il deambulatorio della Chiesa la mostra “La cattedrale nella storia. Aversa 1090-1990. Nove secoli di arte”. Scopo principale di tale allestimento fu quello di far conoscere l’importanza artistica dell’edificio duecentesco di epoca normanno-sveva, e con esso tutti i reperti architettonici, scultorei, gli arredi liturgici e reliquiari che lo rendevano unico.

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Ad oggi, mantenendo in parte le soluzioni degli anni novanta del Novecento, le opere sono raccolte in due distinti nuclei: un primo conservato ed esposto lungo il deambulatorio (2), un secondo situato presso tre sale adiacenti, quella di Loreto (3), quella del Baldacchino (4) e infine quella di San Sebastiano (5).

Il Deambulatorio, lungo il quale è possibile imbattersi in bassorilievi, lapidi, lastre marmoree e dipinti, è la maggiore novità della chiesa; una vera e propria opera architettonica di enorme rilevanza. E’ infatti, in Italia, l’unico esempio completo di campate (sette in totale) con volte a crociera costolonate e cappelle radiali, cinque in origine, oggi tre; due di esse infatti sono state col tempo private dell’originaria funzione, una per dar spazio allo scalone del Seminario, l’altra perché completamente murata.

A ridosso delle cappelle si presentano due ordini di finestre, romaniche e gotiche, che interrompono le spesse e imponenti mura in origine completamente affrescate, come dimostra la Madonna in trono col bambino della prima campata, datata intorno alla seconda metà del XV secolo. Sulla parete opposta, di fronte alla Madonna in trono col bambino, è collocato il portale marmoreo degli ebdomadari (etimologicamente “settimanale”) con lunetta e protomi umane dell’XI secolo, un antico strumento con il quale si indicava il sacerdote addetto al servizio liturgico per un’intera settimana o anche per un determinato giorno.
Allo stesso secolo (XI secolo) risalgono i rilievi, di forma rettangolare, concepiti come abbellimenti marmorei degli stipiti del portale maggiore della chiesa, tra i quali richiedono particolare attenzione, il San Giorgio e il drago e l’Elefante turrito, essendo entrambi due tra le poche sculture preromaniche presenti in Italia meridionale.

Il rilievo del San Giorgio e il drago  rappresenta la leggendaria storia, forse nata nel XII secolo, e raccontata dai Crociati di ritorno dalla Terra Santa; a loro dire, San Giorgio, decapitato sotto Diocleziano nel 287, avrebbe ucciso un terribile drago in procinto di mangiare una giovane principessa. Ben presto la Chiesa si appropriò del leggendario racconto dandone un’interpretazione del tutto metaforica: San Giorgio diviene così simbolo della Grazia divina, o anche della Fede, in grado di sconfiggere il peccato, raffigurato nelle vesti del drago.  La lastra marmorea rappresentante l’Elefante turrito con i due leoni affiancati con ghirlande invece, è così chiamato per la presenza di una torre sulla schiena dell’animale, frequente nell’iconografia tradizionale, soprattutto in quella orientale.

Anche il rilievo di San Gerolamo nel deserto, datato nel XVI secolo, mostra un soggetto frequente nella Storia dell’Arte: la penitenza nel deserto del Santo Gerolamo, sacerdote e dottore della Chiesa, uomo di grande cultura letteraria che, rapito dal fascino della vita di contemplazione, abbracciò l’ascetismo e si ritirò a vita monastica.

Accanto al rilievo con San Gerolamo è collocato il grande dipinto con la Conversione di San Paolo, patrono della Città, attribuito al pittore seicentesco Giacomo Farelli, il quale, nato a Roma da padre siciliano e madre sorrentina, abbandonò ben presto la sua città natia per stabilirsi a Napoli dove iniziò a muovere i suoi primi passi nella bottega di Andrea Vaccaro.

Di fronte, lo spazio è occupato da due monumenti funebri, collocati tre le due cappelle radiali. Il cinquecentesco sepolcro dedicato al vescovo Balduino de Balduinis, celebre per aver istituito nel 1566 il seminario diocesano della Città, e il sepolcro di Giorgio Manzolo, anch’egli vescovo di Aversa, fatto costruire nel 1591 per volontà del suo successore Pietro Ursino.

Tra i due monumenti funebri, vi è la cappella centrale, di dimensioni maggiori rispetto alle altre, con un altare, il dipinto della Transizione della Vergine attribuito a Polidoro da Caravaggio, e sul pavimento la cinquecentesca copertura tombale del canonico Paolo Merenda.

Presso le altre cappelle del deambulatorio ci si imbatte in ulteriori pitture: la tavola con la Dormitio Virginis, di ignoto pittore, forse aversano, datata all’inizio del XVI secolo, la tavola con l’Incontro dei Santi Pietro e Paolo del 1577 ad opera del  pittore manierista aversano Giovan Battista Graziano, ed infine il trittico con San Michele Arcangelo, realizzato nel 1495 da Cristoforo Faffeo.

Quasi al termine del deambulatorio, un ultimo monumento funebre, il sepolcro di Luca Prassicio, filosofo aversano del Quattrocento.

Il secondo nucleo di opere, come già accennato, è ospitato in tre diverse sale.

Al centro della Sala di Loreto è esposta la tela datata e firmata della Madonna del Gonfalone e San Bonaventura, di Francesco Solimena realizzata nel 1710, a lungo pala dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria degli Angeli di Aversa e solo a seguito del terremoto degli anni Ottanta collocata nel Duomo. Nel dipinto la scena rappresenta il momento in cui la Vergine consegna a San Bonaventura lo stendardo, il gonfalone appunto, del S. Sepolcro; non a caso la Chiesa che custodiva originariamente tale tela ospitava la congrega del Gonfalone del Santo Sepolcro. La Vergine è collocata su un alto trono ma non è in un ambiente distaccato da quello umano. Infatti, lo sguardo di Maria rivolto verso il basso e il vessillo consegnato nelle mani del Santo rendono la composizione non solo statica, ma anche estremamente terrena. Le aureole, il cielo come sfondo e i putti alati invece trasmettono il senso del divino. In basso, a completare la scena, i ritratti di alcuni dei rappresentanti della Confraternita, probabilmente committenti dell’opera stessa. Oltre alla tela del celebre pittore napoletano, la Sala ospita anche il prezioso Tesoro della Cattedrale, conservato in due grandi espositori. Tra gli oggetti in essi contenuti, spiccano il Reliquiario della Sacra Spina, realizzato nel XVII secolo da una bottega napoletana, il Tabernacolo del Giovedì Santo, e numerosi argenti, calici, pissidi, paramenti sacri e altri oggetti usati per le celebrazioni vescovili e capitolari, databili dal XVI al XIX secolo.

La Sala del Baldacchino conserva il Tronetto per l’esposizione eucaristica, un’opera in argento del 1755 di Aniello Guariello e le Pergamene dell’XI secolo, i codici liturgici ed il Breviarium Aversanum del 1499.

Ultima sala espositiva del museo è la Sala di San Sebastiano, dedicata interamente alla figura umana e spirituale del secondo patrono della città di Aversa, San Sebastiano appunto. Al suo interno sono conservate ben sette tavole, concepite nella seconda metà del XV secolo come pale d’altare da Angiolillo Arcuccio, rappresentanti rispettivamente il San Sebastiano, la Madonna del melograno, il Trittico della Maddalena, la Madonna delle Grazie e il San Giovanni Evangelista.
Del XVI secolo è invece la statua lignea del Santo, mentre il Reliquiario a busto di San Sebastiano, di bottega napoletana, tutto in argento e rame dorato, viene datato tra il XVII e il XVIII secolo.

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