Seminario Vescovile

Michela Grassi

Il grandioso complesso architettonico costituito dalla Cattedrale e dal Seminario posti nel cuore di Aversa, possono essere definiti <<la cittadella di Dio>>[1]. Il Seminario, come istituzione, nasce al seguito della riforma luterana e dal concilio di Trento, proprio per rispondere all’esigenza di formare un clero che rispondesse a quel momento storico così travagliato, con l’intento di dare ai giovani un’educazione solida e approfondita sotto il controllo dell’episcopio.

Il Vescovo Monsignor Balduino de Balduinis, il quale aveva preso personalmente parte al concilio di Trento al seguito del futuro Papa Giulio III, divenuto vescovo di Aversa, immediatamente mise in atto i dettami del concilio e quindi nel 1566 nasce il Seminario Vescovile di Aversa. Esso era allocato accanto alla cattedrale ed era composto da << due camerate … un cortiletto ed una cappella sotto il titolo di San Benedetto>>[2]come testimonia Parente nell’800.

Successivamente, il vescovo Pietro Ursino nel 1591, ritenendo questa struttura insufficiente, acquistò un palazzo di proprietà di Paolo del Tufo posto nei pressi del sedile di San Luigi e della chiesa di San Domenico, ove trasferì la sede del seminario.

Per tutto il secolo successivo il seminario, pur se appoggiato dalla cattedra vescovile, conobbe un periodo di decadenza, dovuto soprattutto alle difficoltà economiche in cui versava la città in quel periodo. Infatti il numero dei seminaristi si mantenne sempre molto esiguo e gli interventi dell’autorità vescovile furono concentrati sulla formazione dei giovani più che rivolti a modificare la sede architettonica.

ITINERARIO Seminario

La vera rivoluzione avvenne alle soglie del ‘700 quando giunse ad Aversa il Cardinale Innico Caracciolo, il quale diede nuova vita al seminario: infatti già nel 1704 il seminario contava già 90 iscritti rendendo necessaria la decisione di fondare ex novo la struttura e l’ordinamento del seminario. Nel 1712 il Cardinale Caracciolo acquistò[3] un’ampia area attigua alla cattedrale che coinvolgeva anche il primo nucleo cinquecentesco e affidò i lavori all’architetto romano Carlo Buratti coadiuvato dall’architetto Francesco Antonio Magi, entrambi allievi di Carlo Fontana. Il cantiere fu aperto per oltre un ventennio, dando vita all’imponente struttura che ancora oggi ammiriamo.

Per tutto il ‘700 e i primi anni dell’800 il seminario di Aversa divenne un centro culturale di prima grandezza rendendo necessaria la nascita di una sede distaccata presso l’Abbazia di San Lorenzo. Il seminario si occupava integralmente della formazione dei chierici arrivando per prestigio ad equiparare il seminario di Napoli. In questo periodo di vivacità culturale si arricchisce la biblioteca, prende corpo la pinacoteca e, sul piano architettonico, si realizza lo scalone principale.

Con l’avvento di Napoleone il seminario viene trasformato in caserma militare a seguito della soppressione dell’asse ecclesiastico che comportò la scomparsa dell’ordine dei Gesuiti a cui l’educazione dei seminaristi era affidata.

È a questo punto che il percorso dell’istituzione Seminario diverge da quello della sede costruita da Carlo Buratti: infatti con il ritorno dei Borbone il seminario viene riaperto in una sede diversa presso piazza Cirillo in quanto la sede storica era stata venduta per fare fronte ai debiti della diocesi.

Negli anni del risorgimento italiano il seminario di Aversa viene ricordato non già per la formazione culturale che dà ai suoi studenti quanto per il fatto che diventa uno dei centri di diffusione delle idee carbonare nel meridione d’Italia culminando, nel 1860 con il passaggio di Garibaldi e dei mille ad Aversa.

Nel frattempo la sede Burattiana viene presa in considerazione da Filippo Saporito per farne la sede del nascente manicomio, progetto poi abbandonato in favore del complesso della Maddalena.

L’istituzione seminario fa ritorno alla sua sede storica solo nei primi venti anni del ‘900, quando il vescovo Settimio Caracciolo riacquista la sede Burattiana e dà al seminario l’assetto attuale. Il ruolo del seminario di Aversa è oggi quello di formare i giovani fino alla maturità classica, ma il completamento del precorso per diventare sacerdoti passa obbligatoriamente per Napoli.

Come già detto, la sede attuale è quella fatta edificare dal Vescovo Innico Caracciolo nel 1713 su progetto di Carlo Buratti coadiuvato da Antonio Maggi, due architetti di scuola romana allievi di Fontana e portando nel territorio di Aversa un linguaggio architettonico nuovo e diverso dal linguaggio barocco all’epoca diffuso a Napoli. La presenza di Carlo Buratti, e dei suoi allievi Francesco Antonio Maggi e Filippo de Romanis, nonché delle altre maestranze romane giunte al loro seguito genera un linguaggio nuovo che si esprimerà, con risultati differenti in altri monumenti cittadini come la Cattedrale, la Chiesa del Carmine, la Chiesa di Sant’Audeno, la chiesa della Maddalena, ecc.

Osservando il seminario di Aversa possiamo quindi vedere degli elementi tipici della romanità molto lontani dal linguaggio locale; questo è possibile perché l’edificio non ha subito rilevanti modifiche nel corso dei secoli e questo ci permette di ammirare il lavoro di Buratti. I cortili interni infatti, a causa del non completamento delle rifiniture, presentano ancora a vista i mattoni, materiale non frequente nella tradizione napoletana, mentre il complesso si presenta con linee severe, semplici e pulite che si adattano perfettamente ad un intento di “sdrammatizzazione” del barocco.

Il complesso architettonico è di oltre 4000 m² , di forma approssimativamente trapezoidale e si trova nella zona nord-occidentale rispetto alla cattedrale. I corpi di fabbrica si articolano intorno ad un ampio cortile interno rettangolare circondato al piano terra da portici, mentre al piano superiore vediamo dei luminosi corridoi con arcate, chiuse da finestre che danno verso il cortile.

Dalle fonti[4] sappiamo che il complesso era articolato in modo estremamente funzionale: nei sotterranei trovano posto gli ambienti di servizio; al piano terra, affacciate lungo il portico, le scuole, la cucina, la dispensa e un luminoso refettorio; al piano superiore, oltre alle camerate dei seminaristi, vi era una sala coperta per le accademie e la cappella adornata con artistici sedili in noce.

L’esterno del complesso si presenta essenziale, il ritmo della composizione è scandito al pian terreno da archi a tutto sesto scandite da semplici modanature di piperno; i due piani sono separati solo da un marcato cornicione, mentre nel piano superiore Buratti impiega il motivo degli archi prospettici.

In tutta la struttura sono utilizzati materiali poveri e anche lo stucco, usato all’epoca per arricchire le decorazioni, è qui usato nel modo più semplice è possibile: le campate quadrate dei portici inferiori sono coperte da volte a vela, quelle del piano superiore sono a scodella mentre i pilastri sono scanditi da semplicissime lesene, la decorazione è completata da modanature in stucco che sembrano quasi anticipare tendenze successive.

I lavori del seminario iniziarono nel 1713 e continuarono per molti anni, furono infatti completati sotto il vescovo Filippo Spinelli, mentre nuovi lavori furono promossi a fine secolo dal vescovo Francesco del Tufo. Il cantiere fu affidato a Carlo Buratti il quale pretese il coinvolgimento di maestranze romane da affiancare alla manodopera locale per assicurare la corretta esecuzione dei lavori. I più stretti collaboratori di Buratti furono Maggi, Domenico Lombardo, Domenico Cangiano e Carlo Fabozzo.

L’organizzazione del cantiere fu molto complessa, infatti lavoravano insieme scalpellini, muratori, pittori e marmorari ma nonostante questo il vescovo Caracciolo non riuscì a vedere l’opera conclusa che fu completata dal vescovo Spinelli che commissionò a Maggi le decorazioni in pietra dei portali di accesso (1730-1740).

Il complesso fu completato alla fine del settecento con i lavori voluti dal vescovo del Tufo che inserì una nuova scala d’accesso in piperno con due colonne aggettanti che fanno da base al balcone sovrastante, opera di Giacomo Gentile, e lo scalone in marmo opera di Finati.

Le opere d’arte del Seminario

Il corpus delle opere d’arte presenti nel seminario, si presenta molto variegato, ed è composto da opere realizzate appositamente per il seminario a cui si sommano opere provenienti da donazioni private, opere fatte realizzare dai vescovi della città di Aversa e opere provenienti da monumenti in stato d’abbandono. Lo stile di queste opere e quanto mai eterogeneo, in linea di massima prevalgono le opere di origine locale, prevalentemente del ‘600 e del ‘700 che presentano alcuni influenze giordanesche, altri fanno riferimento a maestri come Ribeira, De Mura e Solimena. Accanto ad esse si pongono opere di epoche diverse dal medioevo fino all’arte contemporanea.

Il piano terra

Varcato l’ingresso, sulla porta lignea frontale campeggia un interessante tondo con san Michele, che scaccia il demonio, di cui per la particolare distanza, non si riesce a cogliere completamente l’effetto coloristico. San Michele, brandendo la spada con la mano destra e proteggendosi con la sinistra con lo scudo circolare, avanza solenne coprendo col paludamento l’intera figura posta ai piedi raggrinzita, le cui membra in tensione, sono di grande effetto. Sullo scudo del santo compaiono le seguenti lettere: ONLE SAUL DAVS.

La porta immette nell’ala meridionale del chiostro, dove, sul lato sinistro, incassato nel muro, vi è una lapide marmorea di età repub­blicana che ricorda la famiglia  di Plauzio. Nel lato destro compare la prima rampa dello scalone d’onore.

Prima troviamo la sala del vecchio refettorio adattata a sala di rappresentanza, che con­serva l’intero ciclo pittorico proveniente dalla dissacrata chiesa del Carmine di Aversa. Le sei tele sono disposte lungo le pareti e presentano temi inneggianti all’Ordine Carmelitano, sono realizzate con grande stesura di colori di tonalità chiara e costituiscono un’importante rac­colta del corredo della chiesa.

Sulla parete di fondo è collocata la Cena di Emmaus, di un ignoto seguace di De Mura, per i forti contrasti tonali e per il tipo compositivo di ispirazione veneta, è collocabile alla prima metà del secolo XVIII o, forse, prima. Il volto del Cristo e delle figure laterali sono di una naturalezza straordinaria. Essi spiccano dal fondo con guizzi di luce di chiara impronta della tarda pittura devozionale bolognese. Sulla parete laterale sinistra una interessante tela con la Madon­na, il Bambino e i santi carmelitani Angelo e Alberto da Messina fir­mata da Episcopo 1796, pittore seguace dello Stanzione. Il dipinto dai morbidi passaggi di colore, si ispira alle grandi opere accademiche carraccesche. L’opera che segue, di ignoto pittore, della fine del secolo XVIII, ritrae santa Barbara, san Biagio, sant’Emidio, sebbene si ispiri alla grande corrente demuriana, risulta sotto il profilo sintattico debole e accademica. Sulla parete di fronte vi è una tela di ignoto della seconda metà del XIII secolo, vicino ai modi del precedente artista. Con la Madonna e il Bambino e i santi Antonio e Paolo eremiti e Paolo di Tarso. Interes­sante composizione di debole valore sintattico. A tale dipinto segue una tela di ispirazione devozionale con san­ta Caterina d’Alessandria e santa Lucia, nella quale l’ignoto autore a cavallo del XVIII-XIX secolo, propone una scelta di colori di grande varietà tonale. A queste seguono due grandi tele sistemate sulla parete interna di fondo, rispettivamente il Crocifisso con i santi Angelo, Carlo Borro­meo e Francesco di Paola e la Madonna e santi in gloria. Sono opera di Nicola Mensele, operante a Napoli, sebbene di origine calabrese, il quale aderiva ai modi solimeneschi, ma riproponeva una gamma colo­ristica di maggiori toni luminosi. La vibrante commozione del Crocifis­so presenta, con velate stesure di luminosi colori, una scena movimen­tata e solenne, che fa da “pendant” con l’altra tela di complessa strut­tura compositiva, ove la coralità delle figure disposte nello spazio su più piani prospettici, sembra ruotare attorno all’asse ideale della Ma­donna assisa sulle nuvole. Sono questi i temi di grande effetto e di re­spiro spaziale.

Scalone d’onore.

Ritornando allo scalone d’onore, prima di entrare nei corridoi, si attraversa un atrio, che porta alla cappella “Respice stellam”, dove sporge l’abside di una cappella della cattedrale, detta cappella dei cie­chi. In quest’atrio si trovano delle tele molto interessanti.

Una prima tela rappresenta il Compianto per Cristo morto. La fi­gura del Cristo, adagiata sulle ginocchia della Madre addolorata, è ar­ricchita ai lati, della presenza di due santi dell’Ordine domenicano e da due sante monache. Il santo domenicano, in primo piano, ha in mano il modellino di una chiesa mentre l’altro mantiene un oggetto che sembra un reliquiario. Ai piedi delle immagini sono dipinti gli strumenti della passione di Cristo. Una seconda tela rappresenta il profeta Giona con un libro in mano e ai piedi un pesce. La tela è in condizione deplorevole cosi co­me la bellissima cornice in legno dorato intarsiato, cui manca un pez­zo bruciato.

Sul primo ballatoio si conserva l’interessante gruppo marmoreo della Madonna con il Bambino collocato su di un capitello corinzio, omaggio del vescovo di Teano a Mons. Cece. Il gruppo marmoreo ri­sulta essere l’unico frammento del monumento funerario di Matilde d’Acaia, morta ad Aversa nel 1331 ed eseguito da Tino di Camaino l’anno dopo.

Sulla medesima parete è posto un ritratto del Cardinale Innico Caracciolo di discreta fattura di ignoto settecentesco e sotto questo è esposta una lapide a ricordo della inaugurazione del Seminario. Sulle altre pareti del vano dello scalone troviamo un Sant’An­tonio, che fa da “pendant” col san Pietro situato nella stanza successi­va del pianerottolo di arrivo allo scalone. Sono opere che presentano elementi di vicinanza alla pittura di Ribera, i cui volti evidenziano grande vigore psicologico. Segue la Decollazione del Battista, di ignoto dei primi decenni del Seicento in cui si evidenziano modi del tardo manierismo toscano. Bella e leggiadra è la figura di Salomé. La successiva tela della Madonna del Rosario e i Santi domeni­cani è un’opera probabilmente di Paolo De Majo, che tanto ha lavora­to in Aversa. Lo schema compositivo è tardo cinquecentesco, caratter­istico per i tondi laterali e superiori della vita di Maria e di Gesù.

Nella stanzetta attigua, oltre alla figura di san Pietro, vi sono altre due opere: la prima raffigurante la Pietà ed altri santi francescani di ignoto pittore della prima metà del Settecento di impianto altamente drammatico, i cui colori sottili e vibranti sembrano evocare più che rappresentare la comparsa della scena centrale. L’opera si può ritenere di grande effetto e di buona fattura di un pittore memore, sotto alcuni aspetti, della maniera di Paolo Di Majo. L’altra opera raffigurante la Madonna col Bambino, santa Chiara ed altri santi è della stessa fattura del precedente, ma di impianto più solenne.

Appena usciti dallo scalone, sulla parete destra, vi sono cinque ritratti di insigni vescovi. Il primo dipinto è quello del Cardinale Innico Caracciolo, di ignoto della seconda metà del Settecento. Il ritratto è si­mile all’ovale del monumento funerario della cattedrale di Antonio David. Il secondo raffigura il cardinale Francesco Morano di discreta fattura, il terzo Mons. Caputo, il quarto Mons. Vento, l’ultimo Mons. Teutonico.

Sulla parete di fondo del corridoio è collocata una fontana mar­morea della seconda metà del Seicento e nel vano corrispondente in­terno, sul retro della fontana, un bel sarcofago marmoreo con il busto di Cristo della metà del sec. XV.

La cappella del Seminario

Durante i solenni pontificali viene usata una cappella maggiore come sede presidenziale,un bellissimo trono settecentesco in legno dorato intarsiato con imbottiture di velluto:molto interessante è la spalliera, che si allarga verso l’esterno e si arrotola come foglia d’acanto, al centro della quale è incastonata una bella formella di smalto raffigurante la Vergine Immacolata, che schiaccia con il piede il capo del serpente. Il trono è dono di Möns. Cece proveniente dalla chiesa dell’Immacolata Concezione di Giugliano. E’ stato usato per il papa Giovanni Paolo II nella sua visita ad Aversa.

La Cantoria

Sulla porta d’ingresso della cappella è situata un’artistica balaustra in legno dorato a colonnine che una volta serviva da cantoria. Sul lato sinistro di chi entra in cappella è situato l’altare del Sacramento in marmo del ‘700 con la porta del tabernacolo in argento battuto sovrastato da un artistico Crocifisso in legno. A destra di chi entra, di fronte all’altare del SS. Sacramento, si trova l’altarino della Madonna dei giovani in marmi policromi con intarsi di madreperla. Il piccolo quadro ritrae la Vergine Maria in atteggiamento orante con un libro in mano. Il quadro è di gusto vaccariano. Molto onore è stato tributato a questa immagine specialmente da Mons. Cece che consacrò alla Madonna tutti i giovani della diocesi. Ogni anno si festeggia que­sta Madonna nel chiostro del Seminario con la partecipazione di tutti i movimenti ecclesiali e i giovani della diocesi. La cappella è stata arricchita nel 1990 da una Via crucis di un’artista parigina, Luisa Chavet donata al Seminario da don Giuseppe Spe­ranza, parroco emerito di sant’Anna in Giugliano. La Via crucis espri­me intenso movimento di drammaticità, in particolare la partecipazione commossa della Vergine e la figura di Cristo sofferente che risalta in primo piano nelle storie.

Il Mosaico

Sulla parete di fondo dell’area presbiterale, dove, anni addietro, era collocato l’altare settecentesco sormontato dalla pala, che ora è si­tuata nell’Aula magna, di Paolo De Matteis, nel 1966, per volere di Mons. Cece, fu realizzato il grande mosaico di 40 metri quadri in­sieme al restauro generale della cappella. Il mosaico è ricco di signi­ficati e di simboli e lo si può dividere in due grandi fasce: La chiesa trionfante raffigurata dalla Vergine in trono con in braccio il Bambino in una mandorla ornata di luci e di raggi, sostenuta da due angioletti. Ai lati della Madonna è raffigurato, a sinistra san Paolo, patrono della diocesi, con in mano la spada e il libro, e a destra san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano e patrono dei Seminari. Al centro sotto la Vergine vediamo il papa Paolo VI in trono, che si riferisce al Concilio Vaticano II. Al lato del trono è raffigurato Mons. Cece in abiti pontificali e alle sue spalle si intravede l’arco e il campanile dell’Annunziata. Ai piedi del Vescovo, in ginocchio, si tro­va un pastore con le mani giunte, che guarda verso il Papa. Al lato sin­istro invece è rappresentato un chierico con abito talare, ai suoi piedi, in ginocchio, c’è una nobildonna e, in fondo, appare la cupola della cattedrale. Il mosaico è opera dei mosai­cisti Brancaccio e D’Urso.

La Croce pensile

Sovrasta l’altare maggiore una croce pensile dipinta a mano su legno; sul lato che guarda verso la navata è dipinto Cristo Crocifisso, ai lati delle braccia sono visibili la Madonna e san Giovanni Evan­gelista, ai piedi san Francesco, che bacia le piaghe del Redentore. Il capo del Cristo è contornato da 14 pietruzze preziose con su la scritta INRI sopra la quale è ritratta la SS. Trinità. Sul retro è dipinta I’ Esaltazione della croce, al centro della croce la parola PAX cerchiata da due rami in bocca a due colombe bianche.

L’Aula magna

In prossimità dello scalone, a metà del corridoio dell’ala sud del chiostro, si accede all’Aula magna del Seminario. Questa grande sala, che costituisce una vera e propria pinacoteca, conserva diversi dipin­ti. La stupenda pavimentazione e l’artistico Bambino furono realizzati per volontà del Comm. Salvatore Aversano, insigne benefattore dell’ Ateneo, come ricorda la lapide posta dalla Direzione del Seminario nella stessa Aula. Varcato l’ingresso, sulla parete, destra è collocata una tavola con L’Assunzione della Vergine di ignoto pittore della seconda metà del XV secolo vicino o educato in ambiente urbinate. Il riferimento non può non tener conto dei modi di Giovanni Sedanti. Belli sono i volti ricer­cati delle figure. Un’altra opera di grande effetto chiaroscurale è la Pietà, tela di un ignoto pittore della prima metà del Settecento. La composizione è memore dei modi del Ribera, che lavorò nella chiesa di san Francesco delle Monache nella tela delle Stimmate di san Francesco. Sulla parete di fondo del lato destro è posta la grande tela della Madonna e dei Santi. È un’opera di straordinaria bellezza per l’impal­catura compositiva e per la stesura dei colori, di grande varietà tonale. I ricordi erano ancora vicini a Luca Giordano, ma, in questa, Paolo De Matteis riesce a rendere più sobri e puliti i colori. L’opera è firmata e datata 1720. Sulla parete di fronte all’ingresso, nel lato destro, vi è un bel di­pinto con la Madonna, il Bambino e san Biagio dei primi anni del ‘600. Si tratta di un’opera del fiammingo Abrahan Vinchk, memore di uno schema compositivo derivato dalle pale d’altare toscane della me­tà del XVI secolo. I volti sono studiati con grande perizia e i colori so­no caldi e asciutti.

Seguendo il percorso troviamo una tela con la Deposizione di Cristo, probabile copia di Fabrizio Santafede dei primi anni del ‘600. L’affollatissima tela si impianta su schemi compositivi degli ultimi de­cenni del secolo precedente, accettando ricordi di pietismo campano e scenografia caravaggesca. Belli sono i colori e i contrasti chiaroscu­rali. Il successivo dipinto di Girolamo Cenatiempo del 1724 rappre­senta il rinnegamento di san Pietro. E’ un’opera di grande interesse ar­tistico per la composizione e i valori cromatici intensi e vibranti. Si ispira alla maniera del Giordano. L’Annunciazione di Giovanni Angelo Crisconio del 1597 si lega incondizionatamente ai modi della cultura fiamminga sia per la parti­colare inquadratura con l’esatto impianto prospettico sia per la defi­nizione sintattica dei particolari. L’Angelo riporta le deformazioni di un linguaggio manieristico di cultura toscana.Segue sulla sinistra la piccola tela della Trasfigurazione di un ignoto di cultura giordanesca, che presenta grande intensità espressi­va ed equilibrata moderazione e modulazione di valori tonali. L’opera è della prima metà del ‘700. Interessante poi è la scultura lignea di san Girolamo nel deserto degli inizi del ‘700. Si tratta di un’abile composizione che rivela la grande maestria dell’ignoto scultore nel mettere in evidenza la strut­tura anatomica del Santo. L’opera che segue rappresenta la Presentazione di Gesù al tem­pio. L’impianto è deliberatamente di gusto giordanesco, probabil­mente di Cenatiempo ed è rapportabile alla prima metà del ‘700. Segue il gruppo di legno ed impasto di gesso di sant’Anna e la Madonna, di poco conto. In questa aula erano collocate due opere dell’Arcucio: il san Se­bastiano e la Madonna del melograno. Di particolare importanza la prima che, oltre alla composizione di grande pregio artistico, sullo sfondo presenta la veduta di Aversa a volo d’uccello della seconda metà del ‘400.

La Biblioteca

La Biblioteca nacque con la fondazione del nuovo Seminario. Fu istituita verso il 1729 ad opera del Cardinale Innico Caracciolo e fu curata e incrementata dai suoi successori in particolare i vescovi Durini e Caputo e soprattutto il  vescovo Antonio Cece, il quale oltre ad arricchirla di nuovi volumi, vi fece installare un busto del papa Paolo VI, eseguito dallo scultore Gismondi ed affidò il riordino dei libri al sacerdote don Franco Russo che si servi della guida della professoressa Guerrieri della Biblioteca Nazio­nale di Napoli. La biblioteca contiene circa ventimila volumi e vi sono opere di scienza e di chimica le grandi collane di Storia ecclesiastica e civile, opere di carattere teologico e filosofico, diversi incunaboli, molte cinquecentine.

Le cappelle minori

Caratteristica è la cappella del Liceo voluta dal vescovo Gio­vanni Gazza in ricordo della propria mamma. La cappella è di stile orientale con due archi sul fondo sorretti da tre colonne. Al centro di ognuno si apre un’anafora con vetri policromi e tutt’intorno gira un coretto di legno. Al centro è l’altare. Sulla colonna centrale poggia il tabernacolo, sorretto da un artistico basamento di legno. Sulla porta d’ingresso è collocata una tela raffigurante l’Ultima Cena.

Un’altra cappella, luogo di preghiera per gli alun­ni del ginnasio, conserva alcune opere pregevoli: un Crocifisso di le­gno con il Cristo di cartapesta e due piccoli quadri, uno raffigurante sant’Agostino e l’altro san Tommaso, forse di autori del ‘600.

Una terza cappellina si trova nel reparto dove stavano le suore. Vi è un altarino di legno dell’800, sormontato da un tosello in legno intarsiato, al cui centro si apre una nicchia con l’immagine della Madonna. Il soffitto è coperto da una tela con al centro il monogram­ma della Vergine circondata da stelle. In sacrestia si conserva una tela del Sacro Cuore.

Il refettorio

L’intero locale è sorretto da cinque archi a tutto sesto. Sulla pa­rete sinistra si apre un artistico pulpito in legno intarsiato del ‘700, che faceva parte dell’antico arredamento del refettorio. Nel re­fettorio si aprono due grandi porte, che hanno nelle parti superiori due pannelli in legno intarsiato e forato; sopra è stata collo­cata una croce del’600 ricoperta da una patina carta, su cui è dipinto il Cristo. La tavola dei supe­riori è sormontata da una grande vetrata istoriata raffigurante l’Ultima Cena, donato dalla signora Elena Grossu a Mons. Lorenzo Chiarinelli. Molto interesse suscita la grande tela posta sulla parete di fondo raf­figurante la Madonna di Loreto con in braccio il Bambino incoronato, attorniati dai santi Sebastiano, Tommaso d’Aquino e Pietro, a sinistra Lorenzo martire, Carlo Borromeo e Paolo. La tela reca in basso una scritta “Carolus MS F”. All’uscita dal refettorio si trova un antico lava­bo in marmo sormontato da uno stemma episcopale. La fontana man­ca di alcune parti. L’acqua proveniva dalla bocca di due angeli artisti­camente scolpiti. Il lavabo reca la data 1748.

I dormitori

I dormitori sono stati rifatti completamente negli ultimi cinque anni. Sono divisi in reparti ABC. Nel corridoio una bellissima tavola raffigurante la Vergine circondata da schiere di angeli, risalente al ‘700.

Nella sala delle udienze vi è una tela raffigurante l’allegoria della giustizia impersonata da una donna, che impugna una spada e una bilancia e regge uno stemma episcopale. La tavola è del ‘700.


[1] Buondonno Abramo, in Leopoldo Santagata, Il Seminario vescovile di Aversa, officina grafica IRIDE, 2003

[2] G. Parente in Leopoldo Santagata, Il Seminario vescovile di Aversa, officina grafica IRIDE, 2003

[3] in Leopoldo Santagata, Il Seminario vescovile di Aversa, officina grafica IRIDE, 2003

[4] Per approfondimenti vedi M.G. Pezone, Carlo Buratti Architettura Tardobarocca tra Roma e Napoli, Alinea editrice 2008

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