I Capitelli del Duomo di Aversa

Guido Verde Parte prima (L’uscita dall’Eden ).
Per quanto riguarda le sculture medievali del Duomo di Aversa, “qualora se ne possieda la chiave di lettura”,  il simbolismo diventa un modo straordinariamente sintetico e didatticamente assai efficace per capire il messaggio in esse contenuto.
Nel ricostruire la Cattedrale di Aversa, nella prima metà del XVIII secolo, dopo due terremoti molto devastanti, l’architetto romano Carlo Buratti non privilegiò i resti medievali della prima cattedrale, fatta costruire dai conti Riccardo I e da suo figlio Giordano ed in particolare le sculture realizzate, probabilmente, negli ultimi due decenni dell’XI secolo, mentre era vescovo di Aversa il grande teologo Guitmondo, monaco benedettino del monastero francese di Cluny, ( 1088 – 1093).

Colonne e capitelli furono inglobati in maestosi pilastri, il famoso deambulatorio fu ricoperto da intonaco, le lastre del drago e del cavaliere e quella dell’elefante con la torre furono “posate in un angolo e dimenticate”, per essere ritrovate e prese nella giusta considerazione solo nel 1936.

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Oltre a queste due lastre marmoree, c’è uno straordinario capitello figurato, che si può vedere, superando, nel deambulatorio, una porta di fronte al portale degli Ebdomadari, e salendo una vecchia scala in legno. Su questo capitello sono scolpiti dei leoni che hanno, a due a due, una sola testa, oltre a foglie di acanto ed altri simboli come gigli e melograni. Si tratta di un autentico capolavoro.
Non è finita: sempre nel deambulatorio normanno, in cima a due alte colonne poggiate sulla parete posteriore dell’abside centrale, e quindi difficilmente visibili, vi sono due altri capitelli figurati con coppie di leoni con le teste appaiate e “ fuse insieme” in uno e “separate” in un altro.

Il secondo di questi due capitelli è stato ritenuto molto importante e la sua immagine è stata riportata a tutta pagina da Anna Grelle, in un suo articolo sulle sculture del duomo di Aversa, nella rivista Napoli Nobilissima. Francesco Abbate, nella sua Storia dell’Arte nell’Italia Meridionale, considera questo secondo capitello: “forse la più bella scultura dell’anno mille nell’Italia Meridionale, prima dell’arrivo a Bari del Maestro di Elia. Posto in posizione decentrata e scarsamente visibile, il capitello non ha goduto dell’attenzione critica che merita”. Più avanti precisa: “ a dominare adesso sono drammaticità, vigore, essenzialità di resa, espressioni della forza disperata del male, della dannazione eterna”.
Per Abbate l’autore è, probabilmente, il capo della bottega scultorea della cattedrale di Aversa, “bottega di qualità sostenuta e portatrice di una cultura assai avanzata e dai tratti ancora sfuggenti, cui si deve anche la lastra del Drago e del Cavaliere”.
Per la verità i due capitelli, con i leoni , a due a due, con le teste accostate o fuse, reggono bene al confronto con quello in cui i leoni hanno, a due a due, una sola testa. Entrambi rivelano un’eccezionale fattura e quasi certamente sono dello stesso autore.

Ritengo che i tre capitelli, che probabilmente in origine erano almeno quattro, debbano essere interpretati insieme ,in quanto, dal punto di vista simbolico, rappresentano, da soli, un intero percorso di vita, un pellegrinaggio terreno, un “ itinerarium mentis”. Nel primo impianto della cattedrale vanno immaginati: due a sinistra, quelli con le teste affiancate, l’altro a destra, quello con i due leoni, a due a due con un’unica testa.

Partiamo dai leoni con la testa siamese : hanno si la loro possanza e la testa e collo all’altezza del tronco, ma hanno anche l’espressione , quasi umana, soddisfatta e inebetita, corrispondente, forse, a quella del primo Adam. Abbiamo imm1non una sola testa, che significa altro, ma due teste, comunque fuse insieme, di cui una , con la “criniera a righe orizzontali”, rappresenta la parte istintuale di noi, il male e l’altra con la “criniera a righe verticali”, la parte razionale di noi, lo Spirito.

A seguire troviamo il capitello con i due leoni urlanti con l’espressione feroce che, secondo Francesco Abbate, “accostano le loro teste, come in un abbraccio disperato, senza riuscire a fonderle”.
In questo caso mi permetto di dissentire.

Questi due leoni sono gli attori di un dramma apocalittico, si sta realizzando una deflagrazione spaventosa come quella del Bing-Bang, essi “non” vogliono e “non” stanno unendosi, le due teste sono ancora accostate ma inarcate e “le criniere hanno solo le righe orizzontali e disordinate”.E’ prevalso il male, la parte istintuale di noi, imm2che privilegia le cose. Essi, con il corpo possente, sprizzando odio e rancore, ed attraverso superbia, ira, invidia, accidia, gola, avarizia e lussuria, si stanno Se–parando   (acquisizione del Sè), stanno uscendo dall’Eden : “e si apersero gli occhi ad ambedue e si accorsero di essere Ignudi ( cioè Se-parati ) e presero delle foglie di fico per farsene una cintura”(libro della Genesi- 3,7 ).

Separare, tagliare in greco si traduce con diaballo ( Diavolo ), ma significa anche dividere in due e 2 è, anche, il primo numero pari, che a sua volta identifica il Femminile e quindi i conti tornano .

Ora il dramma è compiuto: Adam e – ciascuno di noi – affronta il proprio viaggio terreno “da Solo”, cioè “Se-parato” dagli altri ( Peccato Originale ).

Parte seconda ( Rientro nel Nuovo Eden della Gerusalemme Celeste)
Dopo la Se–parazione, acquisizione del Se, peccato originale, davanti abbiamo due possibilità: o seppellire i nostri talenti, privilegiando le cose in senso lato, con la scusa di restare con i piedi per terra e vivendo nella dimensione del quadrato, poligono fatto di lunghezza e larghezza (righe orizzontali della criniera), cioè il livello dell’uomo fisico, dell’uomo massa, oppure arrivare a sentirci inquieti (S. Agostino), in una selva oscura (Dante), uomini “che si voltano” ( Eugenio Montale), uomini che scorgono il senso della terza nobile verità del Buddismo o del terzo canto del gallo di S. Pietro e, consci e pentiti degli errori commessi, avviarci sulla via del ritorno (percorso di rigenerazione), con la speranza cristiana di seguire, come beati, Cristo, novello Adam, che apre, per sempre, la porta del nuovo Eden, della Gerusalemme Celeste.

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Per i Cristiani Cristo, come A-more (che va oltre la morte ), compone le passioni in conflitto, squarcia le barriere dell’Ego-ismo, apre il cuore degli uomini, annulla le SE–parazioni, riporta i finiti limitati a quel finito illimitato che è l’Infinito e ci dice “Io sono la vite e voi siete i miei tralci”(Giovanni 15,1,5 ). Ora il Figliuol Prodigo torna a casa,” i feroci leoni , ammansiti, con la coda tra le gambe ed a capo chino”, da due ridiventano Uno ; nell’accettazione del “Consumatum Est”, della morte del loro Ego, hanno ritrovato la vita. Questo percorso di redenzione non è facile come l’iniziale passaggio attraverso ”la porta larga e la spaziosa via, che ci hanno portati alla perdizione”, ma lungo e faticoso perché, come ammonisce ancora Cristo (Matteo 7: 13-14): “stretta è la porta e angusta è la via che porta alla vita, e sono pochi quelli che la trovano”. Per questo su due spigoli del terzo capitello ci stanno due teste, appartenenti ciascuna a 2 leoni, una, ancora con la reminiscenza del male, con la criniera divisa in due metà, ciascuna caratterizzata da “6 righe ordinate si, ma orizzontali”, 666 è il simbolo della bestia, del male; inoltre sul viso ha un Tau nonimm3 ben definito.
Dopo il capitello con le teste accostate, ma separate, che simboleggia la nascita del pensiero concettuale, l’acquisizione del Sé (Se-parazione dalla totalità indifferenziata), cacciata dall’Eden, la testa che mi Intriga di più è proprio questa.

Essa simboleggia “ il punto di svolta “ fondamentale della nostra vita, quello che corrisponde al “terzo” canto del gallo per S. Pietro e che può portare ad un sincero pentimento per il male commesso. Male che non si elimina con un colpo di spugna, perché fa parte, ormai, del nostro vissuto e può essere solo trasformato positivamente, quasi elaborazioneimm4 di un lutto, attraverso un processo di Redenzione. Le righe sono ancora 6, ma già sono state” messe in ordine” ed è iniziata la compassione (cum-patire): i 2 leoni, ora, hanno una sola testa, dall’espressione sofferente, quasi disperata, propria dei partecipanti ad “una processione” di Penitenti del Venerdi Santo.
E’ sempre possibile, quindi, che dal male nasca il bene, infatti la somma di 6+6 è uguale a 12 (Apostoli).

L’altra testa ha perso, ormai, le linee orizzontali della criniera e, al loro imm5posto, ora ha ”un’ordinata, armonica” distribuzione di piccoli rilievi ed escavazioni. L’occhio sinistro guarda diritto davanti a sé   (conoscenza razionale) e l’occhio destro è inclinato verso il basso, espressione di mitezza, di apertura agli altri e di accoglimento della Grazia.   Il viso ha un Tau “ben definito”: si diventa una vera persona umana, nel momento in cui scorgiamo il Tau anche sulla fronte dell’altro e gli riconosciamo pari dignità.   A questo punto soccorrono le parole del poeta Paul Eluard: ” Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due, se verremo a due a due, noi ci conosceremo tutti, noi ci ameremo tutti e i nostri figli rideranno un giorno della leggenda nera che parla di un uomo che piange in solitudine”. Siamo passati, quindi, dalla Compassione buddista a qualcosa di ben altro: l’Amore cristiano!

Se, come penso, questo è , probabilmente, il significato simbolico dei tre capitelli, esso va ad integrarsi, perfettamente, con quello della lastra del Cavaliere e il Drago ( meglio “ La Plaque du Cavalier e du Lion”, smettendola una volta per sempre di parlare del mito di Sigfrido e il drago Fafnir ) e della lastra dell’Elefante con la torre. Pertanto, quando si parla delle Sculture Medievali del Duomo di Aversa, dobbiamo riferirci non a due ma a sette opere: i tre capitelli figurati più la stele del Cavaliere e il Leone e quella dell’Elefante con la torre, opere che, a detta di molti autorevoli esperti, sono dei veri capolavori della scultura dell’XI secolo, cui dobbiamo aggiungere la porta degli Ebdomadari e quella esterna con la famosa iscrizione: “Princeps Jordan(us) Richardo Principe Natus / Quae Pat/er Incaepit P(rim)us Haec Implenda Recaepit”.

Come vedete ce n’è abbastanza per poter andare orgogliosi, almeno, della nostra storia, e da questa trarre stimolo per costruire un futuro migliore.

Per finire, spero che questo mio lavoro stimoli i miei concittadini, ancora capaci di stupirsi di fronte alla “Grande Bellezza”, ad adoperarsi perché le due Stele marmoree ed i tre Capitelli medievali del nostro Duomo vengano, nel futuro, collocati in un solo ambiente, ben illuminato, adiacente, possibilmente, al Museo Diocesano.

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